Politica

01 Dic 2016

Referendum costituzionale del 4 Dicembre: motivazioni del Sì e del No

Elisa Auria 0 Commenti

La scelta del  o del No occupa da diversi mesi le cronache quotidiane del nostro paese, dando il via ad una maratona referendaria che non ha risparmiato colpi bassi tra i due fronti.

Sebbene volge al termine il tempo affidato ai cittadini italiani chiamati ad effettuare questa importante scelta sulla riforma costituzionale, lo scenario vede da un lato, le forze politiche coagularsi e spaccarsi a metà,  ma non manca, d’altra parte,  una grande fetta dell’elettorato ancora confusa sulla scelta più giusta da fare.

La vittoria del Sì del 4 dicembre potrebbe sancire la profonda modifica dell’assetto costituzionale italiano che porta il nome del Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. E’ la formula di referendum confermativo che non prevede alcun quorum,  basterà quindi prendere un voto in più per decretare la vittoria di uno dei due schieramenti.

La scheda elettorale fac-simile per il referendum costituzionale
La scheda elettorale fac-simile del referendum costituzionale

Le Motivazioni del Sì:

Ciò che i sostenitori della riforma mettono maggiormente in evidenza è la semplificazione dell’assetto istituzionale, con la fine del bicameralismo paritario. A loro avviso, questa formula renderebbe l’Italia un paese finalmente moderno e dotato di un motore istituzionale in grado di prendere decisioni in tempi rapidi e mostrarsi quindi competitivo nei confronti dei maggiori competitors mondiali.

La riduzione dei costi della politica con la diminuzione del numero dei Senatori che passerebbero da 315 a 100 rappresentanti eletti in maniera indiretta, di cui 74 verranno nominati all’interno dei vari Consigli Regionali con un metodo proporzionale in base alla popolazione e ai voti presi dai partiti, mentre 21 saranno scelti dagli stessi Consigli Regionali fra i sindaci della Regione (ogni regione avrà un sindaco in rappresentanza, mentre il Trentino Alto Adige ne avrà due). Ogni senatore ricoprirà la propria carica per tutta la durata del suo mandato amministrativo e non riceverà alcun compenso per la sua attività parlamentare. I 5 senatori rimanenti verranno nominati dal Presidente della Repubblica e rimarranno in carica per sette anni. La carica di Senatore a Vita rimarrà in vigore solo per gli ex-Presidenti della Repubblica e per coloro che già la ricoprono.

La garanzia di una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica attraverso l’obbligo per il Parlamento di discutere e deliberare sui disegni di legge di iniziativa popolare per proporre le quali saranno necessarie 150mila firme (contro le 50.000 attuali).  L’eliminazione delle  “competenze concorrenti” della conflittualità tra Stato e Regioni che ha ingolfato il lavoro della Corte Costituzionale negli ultimi anni. Da quando cioè nel 2001 il governo Amato riformò il titolo V della Costituzione prevedendo un cambiamento in senso federale dell’architrave istituzionale italiana potenziando le competenze delle regioni.

Infine, l’aumento della rappresentanza degli Enti Locali in Parlamento e in Europa. Il nuovo Senato che sarà formato da consiglieri regionali e sindaci, verrà investito di una funzione importante: parteciperà alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea e ne verificherà l’impatto sui territori.

Il Senato non avrà più il potere di sfiduciare il governo in carica, ma questo potere rimarrà prerogativa della Camera dei Deputati. Grazie soprattutto all’Italicum, la nuova composizione della Camera garantirà alla coalizione vincitrice un numero adeguato di deputati per formare un governo stabile e duraturo.

Con la riforma viene abolito il Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro (CNEL). Nel testo costituzionale attuale, il CNEL ha potere di proposta legislativa sui temi legati all’economia ed al lavoro ma le funzioni per cui era stato pensato dai padri costituenti sono ormai prerogativa di altre istituzioni e la sua abolizione permetterà di risparmiare diversi milioni all’anno. Sulla stessa linea di principio, verranno abolite del tutto anche le Province e le loro funzioni saranno spartite fra Comuni e Città Metropolitane.

Le Motivazioni del No:

Dall’altra parte, abbiamo coloro che ritengono questa riforma fortemente lesiva dei più elementari principi democratici, spalancando le porte verso un regime autocratico, e avanzando un dubbio di legittimità sulla natura del Parlamento eletto nel 2013 attraverso una legge elettorale, il ‘Porcellum’ che la Consulta ha dichiarato incostituzionale.

Il governo avrà la facoltà di richiedere al Parlamento una “via preferenziale” per l’approvazione delle leggi ritenute necessarie per l’attuazione del proprio programma. Secondo questa linea di pensiero, il nuovo rapporto che si verrebbe a creare tra esecutivo e Parlamento risulterebbe totalmente squilibrato a vantaggio del primo, in quanto il Parlamento verrebbe esautorato sia dalla sua funzione di controllo, sia da quella legislativa visto che l’iniziativa passa nelle mani del Governo . Se nella riforma sono specificati gli ambiti del potere legislativo concorrenziale, non vengono però indicati i criteri con cui riconoscere le leggi che rientrano in queste fattispecie. È probabile che verranno sollevati numerosi dubbi di competenza e che quindi le leggi debbano essere studiate caso per caso per capire se includono prerogative affidate al Senato. Questo rischia di rallentare di molto l’iter legislativo entrando in netto contrasto con l’intenzione primaria della riforma.

Inoltre, con la riforma Titolo V, vengono ridefinite diverse competenze prima esclusive delle Regione che, post-riforma, tornerebbero in mano allo Stato. Diversi costituzionalisti criticano il fatto di aver ridotto troppo i poteri del Senato, rendendolo inutile come vero “raccordo” tra Stato e amministrazioni locali e denunciano il rischio di trasformare i senatori in “rappresentanti della maggioranza al potere nella singola regione, più che della regione in quanto tale”, viste le modalità di nomina.

La nuova legge elettorale dell’Italicum che Renzi ha promesso di modificare dopo il 4 dicembre, assegna una maggioranza bulgara a chi esce vittorioso dalla competizione elettorale rendendo nullo l’apporto delle opposizioni al dibattito.

Il fronte del No considera la riforma inopportuna anche dal punto di vista della semplificazione perché, al contrario, aumenta fino a dieci i processi legislativi, conserva e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie che vengono private dei mezzi finanziari necessari, che non garantisce un risparmio significativo in termini economici.
La parziale abolizione del Senato produrrebbe un risparmio pari al 20% e non al 50% come viene ripetuto invece dai sostenitori del ddl Boschi. Infine la riforma non garantirebbe neanche la sovranità popolare perché insieme alla nuova legge elettorale, già approvata, consegnerebbe a una minoranza parlamentare un potere enorme e non bilanciato.

   

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